LA POESIA PRENDE VOCE: RAFFAELA FAZIO, DAITA MARTINEZ, FRANCA ALAIMO

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La poesia prende voce

DONNE IN POESIA

Raffaela Fazio

“Nel giardino”, da “A grandezza naturale”, Arcipelago Itaca, 2020, di Raffaela Fazio, legge la stessa autrice

Daita Martinez

da “Liturgia dell’Acqua” di Daita Martinez, Anterem, 2021, legge la stessa autrice

Franca Alaimo

“Ora ventunesima” da “Oltre il bordo”, Macabor, 2020, di Franca Alaimo, legge la stessa autrice

Dirottare l’esistenza: “Eliodoro” di Mario Fresa

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Nel romanzo di Mario Fresa Eliodoro (Fallone editore, 2022) la letterarietà è certamente il soggetto-principe, mentre realtà e sogno si palesano come materiali indistinguibili: “certe mosche dalle cinque ali, violente come nei sogni”. È un testo metaletterario in cui il teatro inscena le proprie tecniche rappresentative, i personaggi stanno per gli autori o viceversa, con il coro che interviene, attante fra gli altri; insomma è una letteratura di secondo grado, come dichiarava Genette (in Palinsesti), vale a dire che mette in relazione, segreta o manifesta, un testo con altri testi. Ma è anche un romanzo acustico-visivo, in cui la parola dispiega il proprio desiderio di ingaggiare, con le arti visive e musicali, una gara. Viene in mente il paradosso di Zenone, quello della corsa tra Apollo e la tartaruga, dove il più veloce non raggiunge mai il più lento. Ce lo conferma Mario Fresa stesso, quando scrive “è un susseguirsi di immagini non più sovrapponibili, ciascuna delle quali non è mai identica a ciò che la precede”. Nel testo sui testi tutto si trasforma, non è più simile, ha subito trasformazioni irreversibili, una delle quali è la non ricomponibilità, la misurabilità smarrita. Certamente la coscienza, che dovrebbe reggere le briglie dell’unità, sembra frantumarsi e frammentarsi all’infinito. Quando la coscienza non compie più il suo dovere, le immagini, difatti, si moltiplicano, non vengono scelte in base alla necessità, soprattutto quelle relative a una logica della sussistenza biologica, ma si moltiplicano, quasi ad offrire un florilegio delle possibilità.

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Ritornando alla parola, essa mostra un’invidia nei confronti delle arti plastiche e musicali. Nel senso che la parola, dall’alto della sua astrazione, le tenta tutte per superare, non la mimesi, giacché di mimesi mai vi è traccia nelle arti, ma appunto ciò che deriva dai sensi. Sarebbe mai la parola, già solo per questo, capace di tenere fermo il toro per le corna, di tenere a freno la sua stessa corsa? Intanto, la sintassi mostra un respiro corto; risente della velocità delle associazioni che vengono alla mente. Deve roteare, mitragliare in tutte le direzioni. Il lessico è accuratissimo, penso alle coppie di participi presenti (“guardanti respiranti”), agli aggettivi joyciani e longhiani profusi nel testo, ma soprattutto al linguaggio pirotecnico, capace non solo di tessere, fra le pagliuzze d’oro, alcune escrescenze dialettali, ma di tenere l’acceleratore premuto senza mai consentire che la tensione cada o si allenti! Se non che, per seguire, quanto più metamorficamente, le arti visive, accade che anch’essa si spacchetti in incongruenze: certi aggettivi sorprendenti rispetto al sostantivo che accompagnano denunciano la rincorsa delle parole ai riflessi, anziché alle sorgenti luminose; si disperde in rivoli fluenti di disgressioni locali. Esattamente come il progetto dell’opera pretende. Con la sua forza propulsiva e deragliante, che gli abbiamo visto sfoggiare nelle sue raccolte poetiche, Fresa fa risuonare la grancassa e rilucere il firmamento.  Il lettore non può lasciare nemmeno per un istante la guida al solo sguardo, staccare il cervello e scivolare sui declivi del consueto. La macchina di Fresa lo costringe a seguire con ansia il prossimo svincolo, il luogo ove si produce uno sviamento continuo: “è tempo di rinunciare a capire”. È tempo cioè di abbandonare la logica, di utilizzare gli strumenti della complessità, di abituarci a un nuovo paesaggio, a nuove figure (gli altri, “se li prendi a uno a uno sono gelati misti, mostruosi dorsi pieni di cecità, di fragore indescrivibile”).

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La psicanalisi viene equiparata a un’indagine poliziesca che il paziente vuole depistare (e il pensiero corre subito ai testi di Dürrenmatt, dove sono l’ingiustizia e il sopruso a pretendere che sia impossibile annichilire l’indagine). Eliodoro, dallo psicoterapeuta, costruisce l’inconscio che gli aggrada. Ma ancora altri percorsi riflessivi si dipartono dalla frase “ogni malato ha un talento che non mostrerà mai a nessuno” poiché ci sovviene il ricordo della mostra La ricerca dell’identità di Gianfranco Bruno sulle capacità artistiche di soggetti etichettati come mentalmente disagiati o il lavoro ostinato di Nannetti sul muro dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. Ciò esige che si estirpino certi paletti divisori all’interno della cultura, i quali sono utilizzati come paratie difensive poste dai benpensanti. Inoltre, l’indagine poliziesca è un genere letterario e i pensieri liberi della madre di Eliodoro ci riportano al discorso interiore della Molly di Joyce. Per quanto giriamo nel labirinto letterario, ci ritroviamo allo stesso punto. E dal linguaggio che non si esce: la realtà così come il sogno noi li restituiamo con la parola. Realtà e sogno sono allora cose già altre, già perdute: “o si parla o si ama” o anche “la vita non mentiva, ma era sempre una cosa dipinta”.

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Frequentissimi anche i riferimenti non solo ai quadri della storia dell’arte, ma anche alla musica: il gatto che ha “il passo mahleriano”, l’”operistica spruzzatura”, “in un giro di Suite”, “e poi si mette ritto ritto come l’Eroica”, “andatura diavolesca tartiniana”. Certo, se il desiderio di descrivere la musica è ancora più difficile da raggiungere rispetto a quello di far parlare l’arte, nel testo di Fresa si assapora, non di meno, un rutilante, festosissimo ritmo. Sonorissimo. È un romanzo corale; si direbbe che ci siano tutti, da Clara e Schumann a von Eyck, e gli autori non citati esplicitamente vedono comunque i loro personaggi partecipare all’affresco tratteggiato da Mario Fresa, il quale avvisa che “cercheranno di nuovo di far tacere tutte le voci”. Ecco ciò contro cui si deve combattere. Disseppellirle, renderle attuali con la conoscenza, con lo studio, vuol dire fare largo a un pensiero critico, non omologato: “Lottiamo per trasformarci in un verbo finito” e, invece, dovremmo, per l’autore, restituire alla mente la sua potenza, non spaventarci delle sue risorse. Il sogno ridiventa il luogo del possibile, del rovesciamento. Si dovrà però anche comprendere che la storia è sempre la stessa. Che si è affetti dagli stessi vizi, che si hanno pensieri miseri sempre, che tutti compiono bastardate. Che invece, una posizione bisogna assumerla. La storia, presente nella mente dell’autore, diventa, nella sua totalità, attuale: Napoleone o Lenin sono contemporanei. Sono divenuti materiale esistenziale: Robespierre “schiva le pallonate della storia”: la sala della Pallacorda è produttore di metafore attinenti alla sovrapposizione di passato e presente. L’autore si assume la responsabilità di un resoconto da cui non ha alcun senso espungere qualcosa, ma che è da rivisitare e valutare! L’ironia di Fresa è attingibile ad ogni passo e vale come cartellino abbassato o alzato. Ci viene in mente La Divina Commedia per quella perlustrazione che vale come summa, costruzione di valori, mentre si esecrano gli ingiusti!

 

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Oltre al mito, che funge da materiale costruttivo al pari delle percezioni e degli oggetti, dei personaggi romanzeschi (Malebolge, Ananke) o biblici (Ester), che sono materiali letterari, i quali appartengono alla nostra esistenza al modo dei materiali esistenziali, sono presenti anche materiali televisivi (previsioni meteorologiche, telegiornale), e poi il cinema, la poesia, le ballate, le canzonette. A ogni nome, da Cacciatore al Rinoceronte, sembra di assistere a un continuo scambio di identità. Ci sono ricordi, nella confessione che Eliodoro fornisce al suo psicoterapeuta, che sono parodie (si pensi alle pagine di Klossowski o di de Sade, di cui vengono restituiti protagonisti e vicende). Diversamente che nel gioco del Domino, i pezzi non cadono in maniera prevedibile, ma si aprono a raggiera, captando nuovi sviluppi testuali. E, d’altronde, non sono forse ascrivibile a ogni personaggio molteplici interpretazioni? Dunque, tutto è aperto. Che sarà mai il romanzo, se non lo sviluppo continuo e imprevedibile di casi, quelli sì, sempre prevedibili e finiti, della violenza sessuale, del predominio, del tradimento, dell’innocenza raggirata, delle speranze disilluse, così come naturalmente dei piaceri della carne e del gusto, della felicità, dell’allegria e dell’ingenuità infantile! Ma forse prevale la denuncia che ci fa riassaporare le pagine di Dickens, contro le sopraffazioni, gli appetiti sessuali, le aberrazioni comportamentali. Eliodoro è un testo che ingloba la morale come condizione necessaria per distinguere il bene dal male: ecco ciò su cui non si nutre mai un dubbio nel leggere il romanzo di Mario Fresa.

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Tutti i materiali collaborano in egual grado alla tessitura dell’arazzo: il filo non si perde. L’associazione è sempre proficua, anzi, la fervida inventiva, la capacità associativa di Mario è strabiliante, oltre che sorprendente, e apre di fatto a nuovi percorsi di senso, di cui uno, particolarmente rorido, è il filone erotico. Nessun materiale letterario è fatto salvo dalla famelica ingordigia citazionista di Fresa. I capolavori che Eliodoro “rivede in mente ovunque” in ogni luogo divengono il nostro inconscio: risalgono, dirottando l’esistenza, il nostro presente. La logica è sopraffatta da codesta immissione continua di materiali testuali ed esistenziali, che passando al vaglio della scrittura, divengono effusiva lava. Non siamo, d’altra parte, lontani dalla Sicilia con Eliodoro, il mago di Catania, invero metamorfico, protagonista del romanzo, ma anche alter ego autoriale. Colpisce, nel romanzo di Mario Fresa, la resa stilistica omogenea capace di tenere testa alle enciclopedie musiliane, la composizione che vale non solo per il presente, ma che si trascina tutto il retaggio culturale messo a segno in tutti i campi dello scibile umano, scienza non esclusa! In questo senso, il romanzo ridiviene strumento efficacissimo che, al di là dell’annuncio sul suo stato di salute, rilancia la questione degli infiniti romanzi che mancano all’appello. Ma vale anche come verifica di ciò che sappiamo e di ciò che non abbiamo ancora imparato. Come se la storia, la narrazione cronologica degli eventi umani, non avanzasse, e per sempre si ritornasse alla favola dei bambini e dell’orco e fosse necessario un pensiero diverso per valutarne possibili origini e probabili esiti.

“La ragione cos’è? “A questa età si crede a tutto…”. “Giganti e fantasmi insieme”.

In un’età in cui sempre più prossima appare la dipartita, non è la ragione, quella ragione che separa e divide, che importa, quanto un accettare qualsiasi cosa, senza preclusione. L’esistenza di tutto e tutto insieme. Soprattutto in riferimento alla seguente questione da non deporre mai come fosse irrilevante: “Perché volere bene se può diventare qualcosa come niente, un breve incidente da cancellare dalla memoria dei più curiosi?”. Non sarà nemmeno una sperata faccenda di metempsicosi: in fondo tutti vivono nella mente degli altri. Certo, negli orti culturali, l’innesto è immediato e inevitabile. Si tratta di qualcosa che invita a non sterminare sensazioni e sentimenti in nome di una logica censurante, spesso scientifica. Se logica non può mancare, a maggior ragione debbono sedere a tavola sensazioni ed emozioni. Leggere Eliodoro è un atto terapeutico, come lo è ogni classico. Sgombra la mente, fa accedere all’intero, accoglie tutte le voci, non più sottoposte ad oblio, soprattutto quando sono una marca del male, consentendo di prendere posizione su una scacchiera finalmente sgombra da rimossi e cancellazioni, macerie di nessuna utilità per la storia.

                                                                                                Rosa Pierno

 

Mario Fresa, Eliodoro, Fallone editore, ‘Gli Specchi Mercuriali’, 2022, pp. 160, euro 22.

 

Mario Fresa

 

Mario Fresa (10 luglio 1973) ha collaborato e collabora a riviste italiane, francesi e internazionali come «Paragone», «il verri», «Nuovi Argomenti», «Caffè Michelangiolo», «Recours au Poème», «Nazione Indiana», «Smerilliana», «La Revue des Archers» e «Poesia». È presente in varie antologie pubblicate sia in Italia sia all’estero, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004), Almanacco dello Specchio n. 8 (Mondadori, 2008), Veintidós poetas para un nuevo milenio (in «Zibaldone. Estudios italianos»; Università di Valencia, 2017). Ha pubblicato vari libri. In poesia e in prosa: Liaison (Plectica, 2002, Premio Giusti Opera Prima); Alluminio (2008; tradotto in Francia da Viviane Ciampi); Uno stupore quieto (Stampa2009, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como); Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, 2015); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018); Bestia divina (La scuola di Pitagora, 2020). Nel campo saggistico, ha tra l’altro curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola De cura rei familiaris attribuita a Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Ha curato, inoltre, il Dizionario critico della poesia italiana (Società Editrice Fiorentina, 2021). Fa parte del Comitato di redazione del semestrale «La clessidra» e della rivista internazionale «Gradiva» (Università di Stony Brook, New York). Una nuova raccolta poetica, Il mantello di Goya, uscirà nel 2023 a cura di Maurizio Cucchi.

~A viva voce: 127~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

 

 

-127-

 

ho imparato a fare a meno di te

ho imparato a svegliarmi

a vestirmi e pettinarmi

senza pensare a niente

senza pensare a niente

 

ho imparato a mangiare zitto

ad arrivare al frutto

e sparecchiare in fretta

 

ho imparato a camminare

senza guardarmi indietro

a dare un occhio al cielo

e dire pioverà

o magari farà bello

 

ho imparato a far passare giorni

tutti i mesi e gli anni

le ore ad una ad una

 

e dentro ogni secondo

il ticchettio del nulla.

 

Francesco Palmieri

(dalla raccolta in corso di revisione “Solo parole d’amore”)

Versi trasversali: Antonio Sambiase

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

 

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

ANTONIO SAMBIASE

 

Non arrenderti (p. 11-12)

 

Andare avanti per inerzia,

sentire il calore del sole

che brucia la pelle

ma non provare dolore.

 

Mi sento un pesco,

bloccato sotto il sole d’estate,

inerme, illeso.

 

Ma sento che devo andare:

camminare, correre, arrancare

per cercare il lume nel fondo,

per dar luce a questa misera vita

di bianco e nero vestita.

 

Non vedo sfumature,

ho un arcobaleno dentro

che non riesce ad uscire.

Mi sento freddo,

mi sento morto.

 

Sono un salice piangente,

ho i nervi a pezzi,

si contraggono, fanno male,

trattengo il mio dolore.

 

Sono un fiore di una landa desolata,

appassito, dal colore spento.

 

Steso me ne sto

su un misero letto d’ospedale.

 

Ritrovo me stesso (p.21)

 

In questa notte

tra musiche e parole

rivedo quel piccolo fanciullo.

 

Mi saluta, mi parla

non lo ricordo.

 

Una faccia così familiare.

 

Sospensione (p. 25)

 

Sono sospeso,

abito il mare,

abito la terra,

uccello marino e terrestre.

 

Vivo di ricordi,

vissuti o immaginati?

 

Altro non sono

se non un essere privo di forma.

Inconsistente nell’animo

e nella carne.

 

Fui forma o fumo?

Evaporo, prendo forma,

ho un corpo

tangibile ma inafferrabile.

 

Percorro rotte,

con mete note,

da una bussola guidato.

 

Oh, potessi non averti!

sarei senza meta,

senza strada,

sarei essere libero,

sarei aria, acqua e terra!

 

Di notte (p.45)

 

Di notte me ne stavo

ad osservar il duro incavo

tra il soffitto e la parete,

che mi proteggono,

i pensieri velocemente intenti a scorrere

come un burrascoso torrente,

distogliendo dalla mente

il tempo presente.

 

Un soffio (p.46)

 

La vita, un attimo, un secondo

d’un tratto mi ricordo di quel brio

che provai nel vederti giocondo.

 

Un soffio.

La vita, un testo, una storia

l’hai scritta su quel foglio

che in un attimo prese fuoco sulla via.

 

Un soffio.

La vita, la mia, la tua

è finita nel grande oblio

in alto al ciel mira la tua prua.

 

Navigando nell’ora (p.48-49)

 

Sono perso,

navigo in mare aperto.

 

Ho un corpo,

un peso costante,

un compagno nemico.

 

Ho una mente,

un peso costante,

una guida invisa.

 

Mi trascino

nel faticoso vivere.

Un’onda colpisce

la prua, oscillo

ma mi sorreggo.

 

Non la paura mi assale,

ma un’ansia del dopo.

Un’ansia dell’ora.

 

L’affronto,

non vinco,

ma scansata la ho.

 

Scelta errata o giusta?

Non so.

Ma respiro sereno.

 

Ora convive con me.

 

 

 

Donna guerriera

                                        ad Anna

 

Per la via, si ode un brusio

le campane suonano a lutto

è scomparsa la mamma di tutti.

 

Il suo nome rimbomba per le vie

“Anna, Anna è scomparsa”.

La piccola donna è venuta a mancare.

 

Giorni sinistri per lei sono stati,

lottava: era una donna guerriera.

Vinta sull’ultimo ring.

 

Ora è felice al di là della terra

per poter rincontrare

il suo uomo di vita.

 

Marito e moglie,

anni difficili, passarono insieme.

Una prole da sfamare.

 

Di nuovo insieme son ora,

si abbracciano felici.

Si sono ritrovati per una vita infinita.

 

Viaggio (p. 34)

 

Nell’illuso star bene,

l’animo è perso

e viaggia il pensier.

 

Altro non sono,

che una vela al vento

in questo invernale mare.

 

Testi tratti da Antonio Sambiase, “Momenti”, Controluna, 2022.

Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La giacca” di Jacques Roumain

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  H A I T I

LA GIACCA (1)

(1930)

Jacques Roumain (1907-1944)

Traduzione di Emilio Capaccio

 

Scrittore, poeta e politico. Suo nonno, Tancrède Auguste, fu Presidente della Repubblica di Haiti, dal 1912 al 1913. Nel 1934, fu fondatore del partito comunista del suo paese e a causa delle sue continue attività politiche di resistenza contro l’occupazione americana nell’ambito delle c.d. “guerre della banana”, fu molte volte arrestato ed esiliato dal presidente Sténio Vincent. Viaggiò in Francia, Spagna, Svizzera, Belgio, conoscendo molti intellettuali europei dell’epoca. Nelle sue opere, impregnate dei suoi studi di etnologia, esprime la frustrazione del popolo haitiano, sfruttato per secoli dai coloni e in generale tutti i temi peculiari dell’indigenismo. Il racconto scelto è tratto dalla raccolta di racconti: “La proie de l’ombre”.

 

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Una vita in scrittura: Antonella Pizzo

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

Per  Una vita in scrittura ho rivolto l’invito ad Antonella Pizzo, che l’ha interpretato come segue.

Grazie Antonella

Da ragazza leggevo come una forsennata, sempre libri in prestito presi in biblioteca, solo narrativa, niente poeti, alle superiori mi ero innamorata di Foscolo, amavo i suoi sepolcri, ero gelosa della sua amica caduta da cavallo,  lui non mi amava, non mi aveva mai conosciuta, vivevo nel suo futuro e non avevo un cavallo da cui cadere. Poi la scuola finì e io lo dimenticai. Ora amo Eliot, non so perché, l’amore non ha una ragione, so che se  sto male e leggo Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock mi pacifico, pare che io non sia la sola, mi è stato detto anche da altre persone, la devono studiare questa cosa, sarà una questione di vibrazioni come quando le mucche ascoltano Mozart e fanno più latte. Quando avevo già i miei bei 50 anni ho cominciato casualmente a scrivere versi, mi sono imbattuta in un concorso di poesia, era un concorso di poesia sullo sport, 36 versi, la cosa mi intrigò parecchio per diversi motivi: non avevo mai scritto una poesia, tanto meno sullo sport, non avevo mai partecipato a un concorso, non avevo mai praticavo uno sport, non seguivo lo sport. Ma si potevano scrivere poesie sullo sport? 36 versi poi mi sembrarono una enormità.  Fu una sfida, la scrissi per distrarmi, avevo un grave lutto da elaborare,  così mi cimentai e scrissi una poesia dedicata ai meninos de rua e al pilota brasiliano  Ayrton Senna da Silva, morto nel 1994. La poesia l’ho smarrita e il concorso non l’ho vinto, però da allora ho scritto ininterrottamente per dieci anni, prima su it.arti.poesia, poi sui blog, su spinder con poetienon, su wordpress con viadellebelledonne, poi pit stop, sosta ai box, ora in attesa di ricominciare, spero. Il mio sito personale

http://antonellapizzo.wordpress.com

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LA POESIA PRENDE VOCE: VIVIAN LAMARQUE

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La poesia prende voce

Vivian Lamarque

Legge Loredana Semantica

Poesia malata

Poesia illegittima

Legge Deborah Mega

Legge Maria Allo

Cambiare il mondo

Floriano Romboli, “Il fascino e la forza della letteratura”, Guido Miano Editore, 2021. Recensione di Raffaele Piazza.

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Floriano Romboli

 

IL FASCINO E LA FORZA DELLA LETTERATURA

VOL.1

Saggi su Dante, Tasso, Graf, Zola, Fogazzaro, Pardini

Recensione di Raffaele Piazza

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~A viva voce:31~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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“Tutto è respiro” di Alfredo Alessio Conti, Guido Miano Editore, 2022.Una lettura di Rita Bompadre.

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“Tutto è respiro” di Alfredo Alessio Conti (Guido Miano Editore, Milano 2022 pp. 64 € 15.00) racchiude la volontà stilistica dell’autore a distendere lungo l’arco di un nuovo canto poetico, la rinascita quotidiana della meraviglia. Il poeta abbraccia l’universalità di tutti gli elementi umani, riunisce nel ritmo dell’esistenza il rinnovamento emotivo, orienta la relazione interna del tempo, la percezione della realtà, l’essenza del soffio vitale, il principio filosofico di tutte le cose, esteso nello spazio e nel suo legame con la scrittura. Alfredo Alessio Conti percorre il cammino comune verso la partecipazione sensibile all’esperienza biografica, rinnova la sperimentazione espressiva della qualità persuasiva del linguaggio, ricerca una nuova capacità della parola, aderisce alla purezza del verso, mette in evidenza il senso ritrovato delle inquietudini, il lirismo protettivo dei sentimenti, l’energia dei significati impulsivi e le suggestioni morali. Il poeta comprende il complesso legame con l’universo, sottrae all’isolamento e all’angoscia dell’uomo la distinzione del miracolo della vita, indica l’intensità del mistero, intuisce la prospettiva esistenziale nel drammatico e meditativo conflitto tra la contingenza e la necessità nel divenire della materia speculativa, riconquista, attraverso l’esclusiva esperienza dell’insegnamento elegiaco, la fiducia della coscienza.

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“Delle madri” di Marina Minet

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Leggendo d’un fiato la raccolta “Delle madri” di Marina Minet, si ha come l’impressione di riprodurre sulle labbra le formule di un rito. Un rito che non è soltanto quello dell’accezione classica, ovvero un insieme di gesti codificati e finiti, bensì una nuova iniziazione, un atto “fondativo”. I canali performativi attivati si articolano, grosso modo, in tre nuclei poetici: la nascita (a cui rimandano le immagini del “grembo” e della “culla”, l’appartenenza (descritta talvolta come eredità materna, talvolta come passione corale del Poeta e del mondo), infine l’introspezione, cui tendono, risolvendosi, i due nuclei precedenti. Siete venute nel mio grembo / in questo seno di rovi e di bontà / dove le parole chiedevano di voi (p.23) scrive la Minet, come a tracciare la parabola di un tempo foriero di ri-nascite.
Contribuiscono ad arricchire la raccolta, la riflessione sulla terra d’origine e l’esercizio del ricordo. Versi come questi si ripetono da un capo all’altro della silloge creando un leitmotiv: è il bagliore di quel mare che mi manca / la battigia come abbraccio della sera / e l’odore dei ricordi (p.54).
È nell’esatta congiunzione tra la memoria e i “luoghi” che si espleta la catarsi del poeta, ed è in questo vento informe che occorre ricercare la ricchezza della poesia di Marina Minet.

Pierino Gallo

Alle tue mani

Io ti ricordo, madre
come una fortezza di parole
da espugnare

Non so se sia dei luoghi
la causa del destino
o se sia il sangue, la fonte dei lamenti
che ci portiamo dentro senza nome
come sfortune incolte
Oppure se dovunque sia del sé
la scelta d’ogni singolo paesaggio
che attraversiamo nudi
fino a sfinirci gli anni

Eppure, il grano sotto il sole
dorato e vacillante
somiglia alle tue mani
e mi riporta indietro, vedendolo oscillare
a quando rientravo dalla strada
spaesata come un cuore senza fianchi

*

Eri tu

[L’asfalto coincideva
con i passi svelti del rimpatrio]

Eri tu a sorridere al dolore
col silenzio accanto al pane
e un rigagnolo di fede intorno al cuore
C’erano i santi a piangere le piaghe
mentre bendavi con cura il destino
brindando alla vita

La fierezza uguale ai gigli
è l’esempio che mi hai dato
sorvegliando il mio respiro e l’orizzonte
mentre il mare ti scalfiva le ferite
canzonando la speranza ch’era il cielo

Ti chiedo perdono, madre
per l’attesa che ha composto il mio silenzio
questo osare a malapena le parole come i gesti
quando il tempo ci pioveva nelle mani
concimando le stagioni insieme ai lutti

*

Il nervo che ci scalda

I ricordi
questi baccelli eterni
legati alla coscienza
altro non sono che il passo che ci sposta
e il nervo che ci scalda

Cos’è il domani
se i viali si saziano di foglie
dubitando dell’inverno
Perché il domani è altrove e tutte queste attese
ci stanno sempre accanto

E incoraggiamo gli anni, adesso
cercando in ogni giorno una risposta
o un pianto che sia santo
quanto gli occhi di una madre

*

Madri

Bisogna sentirle le madri per capirle
Vederle all’inverso
-rapaci
quando la sera le infrange prigione
e il mento alle sbarre s’innalza zittito

C’è che il senso del grembo è un cuore imbalsamato
quando al buio la paura non ha nome
e il seno, è un ruvido binario
Un viaggio caldo che fredda all’esperienza
se la meta è la fame da scordare

Bisogna provarle le madri piagate
Contarle le ciocche al perdono
una alla volta, indifese
e capirle autunnali
oltre l’ombra del polso placato

Sono così alterni i momenti segnati
certi al palmo
eppure, s’infiltrano memoria all’ossessione
…
la culla dondolando e un volto
giurando, lo ricordo
ed era cielo e difesa lo sguardo
sospeso all’imbrunire infame

Il tempo è un rovo da curare
stringendolo appuntito
come se del sangue
non conoscesse l’espressione
e d’ogni inizio sapesse la morte.

dalla silloge ‘Delle madri’, con disegni interni e di copertina di Roberto Matarazzo, contributi interni di Maria Pina Ciancio, Mario Fresa, Pierino Gallo, Edizioni L’Arca Felice, 2015

Marina Minet, il cui vero nome è Teresa Anna Biccai, nasce a Sorso in Sardegna. La sua scrittura rivolge un’attenzione particolare ai tormenti dell’esistenza e alle naturali inquietudini che segnano e contemporaneamente arricchiscono l’anima. Ha pubblicato le seguenti monografie poetiche: “Le frontiere dell’anima” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006), “Il pasto di legno” (Poetilandia, 2009) disponibile su Lulu, l’ e- book “So di mio padre, me” (Clepsydra Edizioni, 2010) scaricabile on line, “Onorano il castigo” (Associazione Culturale LucaniArt, 2012), il racconto breve “Lo stile di Van Van Gogh” (Associazione Culturale LucaniArt, 2014), le sillogi poetiche “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015) e “Scritti d’inverno” (a cura del premio Città di Taranto, 2017).
Fra le altre pubblicazioni ricordiamo i romanzi collettivi al femminile “ESTemporanea” (Liberodiscrivere® edizioni, 2005) e “Malta Femmina” (Ed. Zona, 2009), il poemetto in prosa-poetica “Perdono in supplica d’impronta esangue in monologo d’augurio al pasto” (da Amantidi – Vittime, Magnum Edizioni, 2006).
Una sua fiaba per bambini è stata pubblicata nella raccolta antologica “A mezz’aria” (Liberodiscrivere® edizioni, 2006).
Il racconto-poema “Metamorfosi nascoste” è apparso nell’antologia “Unanimemente” a cura di Gabriella Gianfelici e Loretta Sebastianelli (Ed. Zona 2011). Recentemente compare nell’Antologia di Poesia Femminile “Voci dell’aria”  (Exosphere PoesiArtEventi Associazione Culturale, 2014), in “Teorema del corpo – Donne scrivono l’eros”  curata da Dona Amati con la prefazione di Beppe Costa (Ed. FusibiliaLibri, 2014) e nella plaquette collettiva “Le trincee del grembo”
(Associazione Culturale LucaniArt, 2014). Da anni si occupa, inoltre, di divulgare la sua passione per la poesia, attraverso l’ideazione e la realizzazione di interessanti “video poetry” che è possibile visionare sul canale http://www.youtube.com/user/movenza

Una vita in scrittura: Toni Piccini

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

Maria Grazia Galatà ha rivolto l’invito a Toni Piccini che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite a Toni.

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LA POESIA PRENDE VOCE: PATRIZIA CAVALLI

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La poesia prende voce

Patrizia Cavalli (foto di Dino Ignani)

Legge Maria Allo

Se ora tu bussassi

Ma io non voglio andarmene così

Versi trasversali: Nicola Barbato

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Piet Mondrian, Composition with large red plane, yellow, black, grey and blue (1921)

La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di …

NICOLA BARBATO Continua a leggere →

~A viva voce: L’Occidente~

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Con questa rubrica si vorrebbe dare ‘voce viva’ a testi di diverso genere e ad autori noti e meno noti che di solito vengono conosciuti tramite lettura personale e spesso silenziosa. Senza nulla togliere alla profondità dell’esperienza soggettiva di immersione nel testo, con questo tentativo si vuole porre l’accento sulla modalità dell’ascolto e della compartecipazione acustica dell’espressione letteraria, così come accade quando assistiamo ad uno spettacolo teatrale o, più semplicemente, quando dialoghiamo. La scelta di autori e testi sarà a cura della redazione, tuttavia non si esclude che potranno essere prese in considerazione proposte di testi poetici su iniziativa di esterni alla stessa redazione, che il curatore leggerà, avendo cura di inviare copia del testo proposto. Solo un’avvertenza: la voce narrante è quella di un lettore comune e non l’espressione professionale di un attore, così come l’ambiente operativo che non è uno studio di registrazione.

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Anna Chiara Bruno e AA.VV., La libertà può volare, Besa Editore, 2022.

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Bruno Anna Chiara, Bosnjak Monai Diana, Cobaltini Letizia, Iacovone Maria,

Lacitignola Angela, Lo Prete Maria Piera

presentano

La libertà può volare

 BESA Editore, 2022

Da oggi, 25 novembre, in libreria,

nella Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

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Capo Horn – Tijuana. Cuentos Olvidados. “La lezione sul caos” di Fabio Fiallo

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  R E P U B B L I C A  D O M I N I C A N A

LA LEZIONE SUL CAOS

(1908)

Fabio Fiallo (1866-1942)

Traduzione di Emilio Capaccio

Figlio di un deputato al congresso del paese, si dedica alla politica e alla poesia fin dalla giovane età. È stato un accanito sostenitore del nazionalismo e assume un atteggiamento di netta opposizione nei confronti dell’occupazione degli Stati Uniti, dal 1916 al 1924, all’interno del più vasto conflitto c.d. “guerre della banana”. La sua produzione risente dei canoni del modernismo di Rubén Darío, di cui fu intimo amico, anche se non abbandona totalmente gli archetipi del romanticismo spagnolo e tedesco e un acceso lirismo sentimentale, seguendo l’influenza di Heinrich Heine e di Gustavo Adolfo Bécquer. Continua a leggere →

Una vita in scrittura: Alberto Mori

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omaggio a un poeta, Giorgione, 1505

 Una vita in scrittura

Maria Grazia Galatà ha rivolto l’invito a Alberto Mori che l’ha interpretato come segue.

Grazie infinite ad Alberto

Alberto Mori

Nel ricondurre la mia esperienza nella poesia, mi attengo a due momenti di profonda consapevolezza verso me stesso che hanno inciso nella ricerca tuttora perdurante della parola.

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The voice

Amedeo Modigliani, Ritratto di giovane ragazza, 1917

Il dr. Fidoti era un torello d’uomo, basso, tarchiato, sovrappeso. Amava la natura e curare il giardino, ma soprattutto la Sicilplast, la sua azienda. Lui era un imprenditore. Vestiva in modo sempre elegante. Abiti di manifattura impeccabile blu o grigio scuro. Camicia bianca dal collo rigido. Orologio d’oro al polso. I gesti sicuri di chi ha avuto tutto dalla vita e poteva aspettarsi di più. Sposato con tre figli e una moglie bellissima, ricca di famiglia, sportiva, disinvolta, elegante, intelligente, una a cui non mancava niente

Alla Sicilplast producevano oggetti di plastica. Barattoli, secchi, vaschette quadrate, ovali, contenitori coi coperchi, ma soprattutto cassette di plastica per uso agricolo, destinate alla raccolta degli agrumi. La fabbrica era prossima alla campagna siciliana. Attorno distese di giardini coltivati ad aranceti.

Federica era un’impiegata della Sicilplast, si occupava di contabilità. La sua scrivania era al primo piano della palazzina destinata agli uffici amministrativi. Una stanza contigua alla direzione. Le stanze avevano pareti bianche, con mobili grigio perla e finestre ampie luminose, l’aria condizionata che in quei giorni d’agosto creava un’oasi di fresco beata. A piano terra la portineria e il garage. Il capannone industriale conteneva le macchine. Costose macchine che ingurgitavano ingredienti e sfornavano materia plasmata. Il ciclo di produzione marciava come se non ci fosse un domani. L’azienda andava a gonfie vele.

Nulla era fuori posto. Tutto ordinato, efficiente, ben gestito. Persino il parcheggio era ben sistemato. Perfettamente asfaltato. Niente erbacce, il cane da guardia, la cuccia in muratura col tettuccio rosso coibentato, il cancello d’ingresso principale, a grosse e pesanti barre di ferro che svirgolavano curve nere verso il suolo, scorreva senza stridere, come sulla seta. Quattro alberi d’ulivo secolare per ombreggiare sotto il rovente sole siculo. E una tettoria per la protezione delle auto parcheggiate. Aveva mani piccole il dr. Fidoti, ma d’oro. E un capoccione intuitivo e brillante. Tutto filava come l’olio.

Ma per Federica il dr. Fidoti era soprattutto una voce, della quale s’era perdutamente innamorata. Non capiva se amava la voce in sé o perché la associava alla personalità da manager, al ruolo di prestigio, al piglio imperioso. Fatto sta che in sua presenza diventava di burro. Il cuore le sprofondava in una pozza di miele.

Il dr. Fidoti era anche una persona che sapeva impiegare al meglio il suo carisma. Quando la chiamava al telefono, abbassava la voce, la rendeva suadente, sembrava una carezza a distanza. Federica allora si precipitava da lui come se l’avesse chiamata il Signore in persona, avesse avuto un minimo di raziocinio, avrebbe capito che era un modo del capo di conquistare devozione e servizi. Insomma, in verità se ne rendeva conto, ma questo continuo franare verso un sentimento inspiegabile e incontenibile la prendeva come sabbie mobili.

Federica era una donna piccola e rotonda. Il seno abbondante e il culo altrettanto nel corpo sodo, tondeggiante, faceva voglia agli uomini. Come un sacco il girovita era strizzato tra le debordanti rotondità. I capelli lisci, lunghi e nerissimi. Anche gli occhi erano neri. Una presenza da novella pirandelliana. Una femmina sicula perfetta. Buona per fare figli, solo che Federica aveva studiato ragioneria, di matrimoni nemmeno l’ombra. A trentotto anni era anche stanca di aspettare, sognare il principe azzurro, sognare una cosa qualunque. Riversare così vanamente energie in questo sentimento per un uomo proibito era percorrere una strada lastricata di pene, con tresca intermedia e finale di vita fallimentare.

Solo che questa voce le penetrava nel cervello, nelle vene la pervadeva di bisogno, di premura, d’ansia. Come dovesse improvvisamente cercare qualcosa che mancava, che aveva dimenticato. Si doveva alzare per forza, fare qualcosa, muovere il corpo, reagire a questo nervosismo irrefrenabile. Le vibrazioni risuonavano dentro dalle orecchie viaggiavano fino al petto e poi scendevano fino al ventre. Quella voce la sentiva come un cordone ombelicale. La chiamava come un abisso e lei vi precipitava dentro ebbra di desiderio. E il desiderio era corporale come un pezzo di fegato, una placenta. Si coagulavano improvvisamente nella testa gli anni di rinuncia agli svaghi e al divertimento, di sacrifici dedicati alla cura della madre. Tutte le virtù canoniche saltavano e le veniva voglia di ballare, gridare, spogliarsi, tuffarsi nell’irrefrenabile. Impazzire, come un’Erinni.

Federica viveva sola. I genitori li aveva seppelliti uno dopo l’altro, il primo morto d’infarto all’improvviso dieci anni prima. Erano rimaste lei e la mamma, che poco dopo s’era ammalata di una forma di Parkinson senza tremori. Federica s’era dedicata ad accudirla con pazienza e dolcezza. Il ventiquattro novembre dell’anno prima la madre era andata via nel sonno, com’era vissuta, con pazienza e dolcezza, mentre riposava sulla poltrona preferita, come se fosse affondata nel lago della morte.

Federica era quindi rimasta sola ad abitare la graziosa casetta a due piani nel paese di Paderò, ad appena dieci chilometri dalla Sicilplast. Era rimasta anche senza lavoro. Per fortuna zio Ernesto, che conosceva mezzo paese, aveva saputo che alla fabbrica cercavano un contabile e l’aveva indirizzata. Ora Federica aveva un lavoro, una casa e la voce. La voce era il suo peggiore affare al momento. La torturava senza costrutto. Le faceva sentire tutto il peso dei suoi trentotto anni, tutto il divario sociale tra lei e il datore di lavoro, tutta la vanità di un sentimento disperso per un uomo impossibile. Per dedicarsi alla madre Federica aveva rinunciato ad amici e svaghi e scoraggiato anche qualche relazione sentimentale. Il modo in cui però si stava innamorando della voce del dr. Fidoti aveva qualcosa di patologico, sembrava una calamita, una piovra che la stesse risucchiando. Si diceva che doveva reagire, doveva cercare alternative, conoscere altri giovani, insomma, nemmeno tanto giovani, uomini comunque raccomandabili che potessero essere una buona compagnia. Così almeno le diceva zia Rosetta, la sorella di mamma e moglie di zio Ernesto. Insomma era bella che cotta. E continuava a bollire come una rana in pentola a pressione, ad arrossire e arrostire come un gambero sulla brace.

Tutto sarebbe andato nel modo peggiore e più prevedibile, se non fosse che quel giorno Federica decise ch’era ora di darci un taglio e si recò al nuovo negozio di parrucchiere del paese. Da Saverio diceva l’insegna. Pare fosse il nipote della Signora Pizzoli, tornato dopo aver vissuto per anni a Milano. Federica non lo ricordava affatto, non Saverio, non la sua famiglia e nemmeno la nonna Pizzoli, peraltro morta da dodici anni. Tutte queste cose le aveva sapute per le chiacchiere del paese. Come aveva pure saputo che il coiffeur Saverio era divorziato, reduce da una profonda depressione, conseguenza del fallito matrimonio. Era giusto tornato al paese d’origine della famiglia per bisogno di recupero e quiete.

Federica entrò nella sala ch’era vuota. Saverio aveva i capelli rossi, un grosso naso, era magro, con le spalle larghe. Il viso irregolare, il sorriso piacevole e occhi azzurri che le si piantarono addosso.  “Buongiorno” la salutò. E Federica quasi svenne. Saverio aveva la stessa voce del dr. Fidoti. O almeno a lei così sembrò. Lo guardò dritto negli occhi e capì. Sarebbe stato suo. Era il suo destino. In qualunque modo.

“Fra le pieghe del rosso” di Marcello Buttazzo, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

COMUNICATO STAMPA

Il COMUNE DI LEQUILE, LA PROVINCIA DI LECCE in collaborazione con La Casa della Poesia di Como, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, Universo del Mistero di Mario Contino, Poliedrika Aps, Fondo Verri di Lecce

MARTEDI 22 NOVEMBRE, ORE 19.00

presentano presso la

CHIESA DELLE CAPPUCCINELLE (Via San Vito – Lequile)

il libro di poesie ” TRA LE PIEGHE DEL ROSSO ” DI MARCELLO BUTTAZZO

(I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

Interverranno VINCENZO CARLA’ (Sindaco di Lequile), ANTONIO SPEDICATO (Assessore alla Cultura), STEFANO DONNO (Editore), SERENA CORRAO (Filosofa), VITO ANTONIO CONTE (Poeta, Scrittore). LETTURE a cura di LAURA FLAMINIO. MUSICHE a cura di ENZO MARENACI.

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